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La crisi del Sistema Sanitario Nazionale, un disastro annunciato?

Su media e social media si sente spesso dire che il nostro Sistema Sanitario sia uno dei migliori al mondo. Altrettanto spesso si sente parlare di casi di malasanità. Nel lontano 2000 l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicava il World Health Report dove valutava le performance dei sistemi sanitari dei 191 stati membri e poneva l’Italia al 2° posto per qualità delle cure.

La metodologia di tale studio è stata negli anni aspramente criticata su molti fronti, tanto che l’OMS non si è più cimentata nell’impresa di stilare una classifica da allora. Questo non ha comunque impedito alla nostra classe dirigente di farsene vanto per quasi 2 decenni, durante i quali la percentuale di PIL investita nel Sistema Sanitario Nazionale veniva progressivamente ridotta e la programmazione delle risorse umane colpevolmente trascurata.


Ancora oggi a uno sguardo superficiale l’efficienza della Sanità Italiana nel panorama mondiale è quasi di vertice, soprattutto se si mette in relazione l’aspettativa di vita con la spesa pubblica pro-capite. Approfondendo l’analisi è eclatante come la nostra aspettativa di vita sia legata per larga parte a motivazioni non sanitarie (dieta mediterranea, clima, genetica, abitudini sociali etc..) e come i risultati siano ampiamente variabili da regione a regione, denotando un’enorme frammentarietà del Sistema Sanitario e costringendo gli utenti a usufruire delle cure più avanzate in quelle regioni in grado di offrirle (prevalentemente nel Nord Italia). Continuare ad ignorare che per far funzionare efficientemente una delle più grandi aziende statali sia necessario investirci dei soldi pretendendo uniformità delle prestazioni, non farà che alimentare la frammentarietà del sistema e le disuguaglianze sociali.


Sul fronte della programmazione già oggi il numero di medici in pensionamento ogni anno è superiore rispetto ai nuovi assunti e la tendenza nei prossimi anni non fa ben sperare. L’accesso programmato al corso di laurea in Medicina e Chirurgia, ma soprattutto l’imbuto formativo rappresentato dall’esiguo numero di borse di studio per l’accesso alle Scuole di Specializzazione post-laurea sono 2 temi che richiedono un’attenta revisione in tempi rapidi. Il numero di posti nelle scuole di specializzazione per i medici non è solo inferiore al fabbisogno di specialisti previsto, ma anche inferiore al numero di laureati in medicina ogni anno. Risulta paradossale che attualmente si spendano soldi pubblici per formare medici che non avranno mai accesso alla formazione post-laurea e quindi all'esercizio della professione medica. Tra 10 anni saremmo costretti ad affidarci a figure professionali provenienti da paesi emergenti per coprire i buchi di organico, mentre migliaia di laureati in medicina a nostre spese continueranno a vivere nel precariato senza riuscire a completare il loro percorso formativo.


La deriva del Sistema Sanitario Nazionale non è tollerabile per quello che si considera un Paese civile e va in contrasto con l’Art. 32 della Costituzione Italiana. Rimettere in discussione le priorità della Politica e della spesa pubblica è il primo passo per garantire i servizi fondamentali di uno stato sociale sano ed equo nei confronti dei cittadini.

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